domenica 5 luglio 2020

Perdono

Perdono è un termine derivato dal latino condono, dove al suffisso "con" è stato sostituito "per" nell'accezione di "donare tutto".
Perdonare qualcuno, per davvero, è uno dei moti interiori più difficili che un essere umano possa vivere.
Quando ci mettiamo davanti al perdono, di solito, è come dire che la persona da perdonare ha un debito nei nostri confronti, che noi, magnanimamente, condoniamo
Ma il perdono prevede anche il colpo di spugna sul passato mentre invece spesso la frase è "perdono questa persona ma non dimentico... per me è come morta" che non è per niente perdono.
Un perdono vero dovrebbe riportare equilibrio innanzitutto in noi stessi, perché finché manteniamo rabbia, rivalsa, desiderio di vendetta, viviamo nel disequilibrio e tendiamo ad essere meno sereni nei rapporti anche con le persone che amiamo.
Se poi cambiamo accento, da perdòno si finisce a pèrdono.
Due persone coinvolte in questo termine pérdono entrambe. Si perde un rapporto, si perde fiducia e stima per chi ha tradito, ma, soprattutto, si perde quel ruolo che entrambi avevano sempre avuto nel rapporto, scoprendo addirittura che più che un ruolo si trattava di una recita, dunque non una persona, ma un personaggio.
Insomma, un vero perdono richiede sofferenza, perché bisogna asportare una cicatrice infetta e far guarire il tessuto sottostante con medicazioni quotidiane, e senza anestesia.
Gia...
Beh, sapete?  Quello che proprio non posso perdonare è qualcuno che non sa fare un buon caffè.

venerdì 3 luglio 2020

5 euro

Sono stanco e scoraggiato.

Avete mai avuto l'impressione di cercare di svuotare il mare con un cucchiaino?

E' così che mi sento.

In trent'anni di lavoro mi sono sempre confrontato con i giovani, sin dal primo momento sono stato quello che andava alle scuole superiori per parlare di sessualità in tutte le sue sfaccettature.

Non vi dico come sono stato guardato i primi anni dai genitori di questi ragazzi e dai loro professori.

Negli anni abbiamo imparato a collaborare, ci siamo offerti di aiutarli, li abbiamo informati ogni volta che abbiamo potuto su come evitare gravidanze indesiderate.

Eppure sono ancora qui, con i loro casini, i test positivi, l'ecografia che fai girando il monitor per non far vedere l'embrione, la decisione su come interrompere (o dove interrompere visto che in Umbria la farmacologica è stata tarpata).

E la solita risposta: “Abbiamo pensato che una sola volta senza profilattico non poteva dirci sfiga!”

Ancora, e ancora, e ancora…

E io non capisco perché continuino a comportarsi così.

Sono adolescenti, è la risposta, cosa vuoi farci…

Lo so cosa e come sono, e sono qui ogni santo giorno per aiutarli ad evitare situazioni del genere, e soffro con loro quando vedo i loro visi costretti a prendere decisioni sofferte.

Potrebbero vivere sereni la loro sessualità, divertirsi e godere la vita, spendendo solo poco più di 5 euro per una scatola di profilattici, e invece..

mercoledì 1 luglio 2020

Da 5 Blood

E' il nuovo film (o Joint come lo chiama lui) di Spike Lee prodotto e trasmesso da Netflix.
Lsscio la critica cinematografica approfondita a chi la sa fare. Io, di pancia, posso solo dire che mi è sembrato un po' sgrammaticato e mi ha fatto venire voglia di rivedere Apocalypse Now.
Ma indubbiamente è un film perfetto da vedere in questo periodo di contestazione razziale negli USA, specialmente per la presenza, tra i personaggi, di un afro americano sostenitore di Trump.
Quando in una scena gli amici ed ex commilitoni gli chiedono conto delle sue convinzioni prendendolo in giro lui risponde che dopo tanti anni ad aspettare un vero riconoscimento per tutti gli afro americani a lui, ora, importa solo fare i propri interessi.
Esattamente quello che ho sentito dire ad un napoletano che vota Salvini riguardo i meridionali.
E in entrambi i casi, poi, i nuovi nemici da combattere sono gli immigrati.
Così si dimentica di essere stati immigrati per primi noi meridionali e SCHIAVI gli afro americani, cioè quel tipo di immigrati che vennero prelevati come bestiame e trasportati loro malgrado in un altro paese.
L'importante è avere soldi sufficienti per vivere bene nel nostro piccolo spazio.
Stiamo tutti fingendo che la pandemia sia finita perché non vogliamo più sentirci costretti nelle pareti di casa, ma ci costringiamo tra le pareti del nostro egoismo, convinti di aver dato prova di chissà quale altruismo nel periodo del lockdown.
Ci avevo sperato, sapete, che la pandemia potesse servire a risvegliarci, a iniziare un cambiamento di questa società che continua a basarsi sulla prevaricazione economica mascherata da democrazia.
Vado a togliere l'amaro di questa considerazione con quello familiare del caffè.

domenica 28 giugno 2020

Male, anzi malissimo

Lui e lei hanno 14 anni e stanno in classe insieme.
Durante il lockdown lui cerca in tutti i modi di recuperare il numero del cellulare di lei e alla fine si fa coraggio e chiama la madre di lei.
"Signora, posso avere il numero di cellulare di sua figlia, volevamo andare a prendere un gelato insieme finita la quarantena."
La madre si fa autorizzare da lei e gli passa il contatto anche se lei non sembra molto convinta.
Finalmente arriva il giorno del gelato insieme.
Ad ora di cena lei rientra inviperita.
"Per favore, mamma, cancella il suo contatto e bloccalo! Abbiamo parlato per due ore solo del SUO basket. Io provavo a intervenire e lui mi stoppava dicendo: Però come il basket non c'è altro. Al momento di prendere il gelato, poi, lui fa: Uh, ti ho invitata a prendere il gelato ma ho solo un euro...
Quindi i gelati li ho pagati io!!!"
Male, anzi malissimo...

venerdì 26 giugno 2020

Imbrattapagine

Quanto è facile separarsi da se stessi usando la frase “questa è una parte di me” come giustificazione.

Non ho mai creduto di essere stato costruito a compartimenti stagni.

Sono un tutt'uno. Quindi ci sono reazioni, modi di sentire e certi momenti che possono piacermi di meno, essere socialmente poco accettabili o anche apertamente conflittuali con la mia vita quotidiana, ma fanno parte di me e basta.

Sono momenti che si presentano di quando in quando, alle volte riesco a identificarne anche una causa scatenante, altre no.

Ma la conseguenza è sempre la stessa.

Mi metto a scrivere una storia noir, di quelle dove guardo con cinismo la società e guido il protagonista a risolvere i suoi problemi con la violenza.

Non mi ritengo uno scrittore, ma , senza falsi pudori, un imbrattapagine, ovvero quello che sta a Raymond Chandler come un imbrattatele sta a Picasso.

Nonostante tutto preparerò un caffè, siederò al PC e inizierò una nuova storia.

Quest'estate andrà così.

mercoledì 24 giugno 2020

Nonno Giovanni

Nella mia infanzia ho conosciuto un solo nonno: Giovanni, il papà di mia madre. L'altro, di cui porto il nome, morì quando avevo quattro mesi e le due nonne erano andate via ancora prima.
Nonno Giovanni ha vissuto a casa nostra fino al mio tredicesimo anno di età ed ha rappresentato anche la mia prima esperienza di malattia e morte in casa, così come era comune in Campania negli anni '70.
Lui era la mia fonte di reddito perché gli “noleggiavo” i miei fumetti al dieci per cento del prezzo di copertina (lo so, era una scusa da parte sua per darmi qualche soldo) e perché mi incaricava di andargli a comperare clandestinamente biscotti e merendine (era diabetico) sui quali ricavavo il resto come mancia e anche la condivisione delle golosità.
Ma, soprattutto, nonno era stato un chianchiere, termine del dialetto napoletano forse derivato dalla trasformazione nel dialetto parlato di panca con chianca e che indicava il commerciante di carne al minuto che esponeva i pezzi sulle panche del mercato, insomma, il macellaio.
Quando facevo la prima elementare (preparatevi a inorridire) nonno mi portò al macello a vedere come venivano uccisi e macellati gli animali di cui mi cibavo, e disse : “Queste bestie danno la loro vita per chi le mangia. Per questo bisogna imparare a mangiarne ogni parte, altrimenti sprechi il loro sacrificio.”
Vi siete ripresi? Bene.
Nonno era stato al fronte nella prima guerra mondiale, e di tanto in tanto raccontava episodi sulla ritirata di Caporetto o sulla rivincita di Vittorio Veneto.
Parlava di giorni e giorni di ritirata bevendo neve e mangiando quello che si poteva trovare nelle case, come riso rancido e pane ammuffito, quando fumava insieme ad altri accendeva solo due sigarette alla volta con il suo cerino, perché, diceva, in trincea, alla terza sigaretta arrivava il colpo del cecchino nemico.
Alle volte, poi, d'improvviso, seduto di lato al tavolo della cucina, con la testa sorretta dal braccio appoggiato, chiudeva gli occhi e con un filo di voce attaccava. “Ho lasciato la mamma mia… tapum tapum.” Che poi ho scoperto essere uno dei più famosi canti di trincea.
In quei momenti la sua voce trasmetteva l'eco profondo dei colpi di cannone sulle montagne e la paura dei soldati al fronte.
Nonno Giovanni, che oggi avrebbe festeggiato il suo onomastico.

lunedì 22 giugno 2020

Arance ed Escrementi

Un giorno, un veliero proveniente da Palermo, scaricava arance, (in dialetto napoletano purtualle) nel porto di Napoli. Si ruppe una cassa e le arance caddero a mare. Le acque del porto erano, in quella zona, particolarmente sporche per una fogna che, poco distante, scaricava i suoi detriti. Le arance, quindi, si trovarono a galleggiare insieme ad un certo numero di residui fecali di forma oblunga. Uno di questi, inorgoglito, levo’ il capo e disse ai colleghi: “Guagliu’, simmo tutte purtualle!” (Ovvero : “Ragazzi, siamo tutti arance!”)
Che è come dire che siamo tutti uguali.

Che è come dire che tutti possono farsi eleggere e governare la Repubblica.

E invece sarebbe ora di separare le arance dagli escrementi, ma temo che ormai non riusciamo più a distinguerli.